L’adolescenza

 

COS’E’ ADOLESCENZA

Cos’è Adolescenza: il cambiamento

L’adolescenza si costituisce sul concetto di cambiamento che comporta nuove potenzialità avvertite anche come minacciose. Il passaggio da bambino ad adulto non è un semplice passaggio quantitativo ma piuttosto un salto di qualità, dove l’adolescente è impegnato in una vera e propria trasformazione: “Chi sono io in questo nuovo corpo?” [1]

Il cambiamento è dato innanzitutto dallo sviluppo fisico, cambiamenti biologici e anatomici che sfociano nella capacità di riproduzione, a cui segue il cambiamento dei processi di pensiero e la mutazione sociale, con l’acquisizione dell’autonomia.

La trasformazione, quindi, parte da un cambiamento biologico che riguarda aspetti visibili, quali quelli corporei, ma anche aspetti meno palesi come i cambiamenti neurologici (aumento delle connessioni tra le funzioni esecutive, rappresentate nei lobi frontali, con gli stimoli emotivi e volitivi, rappresentati in altre aree del cervello).

Il cervello dell’adolescente funziona in un certo senso in modo più emotivo di quello del bambino e dell’adulto.

I cambiamenti di umore sono connessi proprio al cambiamento dell’attività neuronale. Tali cambiamenti non riguardano tanto il riconoscimento di nuove emozioni ma un diverso modo di gestirle e l’acquisizione della capacità di differenziare tra il sé e il mondo: mentre la vita emotiva del bambino dipende fortemente dal contesto, l’adolescente diventa in grado di elaborare in modo più distaccato i segnali che provengono dal suo sistema emotivo e di controllare la loro espressione. Tutto questo però chiede all’adolescente un grande impegno sul fronte dell’elaborazione delle informazioni interne ed esterne.

Ecco allora che questo faticoso impegno viene espresso anche da loro. Mi è capitato, ad esempio, che un alunno di scuola Media durante un intervento di Educazione sessuale in seguito ad una serie di domande poste sulle emozioni e l’affettività legate alle questioni sessuali che li riguardano facesse anche la seguente domanda: “Come fare tutto questo (comprendere cosa succede al proprio corpo e imparare a gestirlo senza timore n.d.r.) se bisogna concentrarsi anche sullo studio?” lasciando intendere di un coinvolgimento emotivo che difficilmente si può trascurare o contenere senza occuparsene in prima persona.

Cos’è Adolescenza: la disorganizzazione

Il cambiamento passa attraverso la fase disorganizzativa in cui non si è più bambini ma non si ancora adulti, con una sensazione di disorganizzazione e disarmonia.

La disarmonia è risultato sia della funzione endocrina che non è ancora stabilizzata sia del lavorio psichico e si evidenzia nell’instabilità timica per cui gli adolescenti alternano esaltazione, tristezza, eccitazione, freddezza, intolleranza alla fatica o estrema resistenza.

L’adolescente va verso trasformazioni che conducono ad un corpo adulto sconosciuto. I cambiamenti sono disarmonici: non tutti, infatti, vanno nella direzione che il soggetto desidera, si manifestano in modo non controllabile e non sembrano influenzabili da alcun intervento esterno.

La morfologia che cambia rende l’individuo irriconoscibile non solo alle persone che gli sono accanto ma anche a se stesso: l’adolescente si scruta così allo specchio per riconoscersi ma anche nel timore di vedervi riflessa un’immagine che farebbe crollare tutti i sogni accarezzati fino a quel momento.

È un corpo di cui non ci si può ancora prendere cura perché è estraneo, l’adolescente può passare così ore davanti allo specchio curando il look ma può anche dimenticare di lavarsi. Così anche l’ordine degli oggetti, della sua camera, ad esempio, segue questa disarmonia: il bambino metteva ordine sollecitato dagli adulti e seguendo uno schema che non gli apparteneva, l’adolescente deve trovare un suo modo di ordinare il mondo che lo circonda, ma lo riuscirà a fare solo nel momento in cui si sarà ricreata l’armonia interna persa con gli sconvolgimenti puberali. Il disordine è proprio anche dell’alimentazione in una vorticosa alternanza tra voracità e diete senza alcun criterio apparente, mancanza di orari, gusti che cambiano.

A poco a poco e nelle situazioni di maggiore equilibrio l’adolescente diventa capace di mantenere un’idea di sé trasversale ai diversi contesti relazionali.

Cos’è Adolescenza: l’integrazione

Seppure, quindi, la crescita fisiologica, che porta al corpo adulto, e il rapporto dell’individuo con questo processo è il nucleo attorno al quale si organizza la fase adolescenziale, ovvero si può dire che l’adolescenza c’è in quanto ci sono i cambiamenti puberali, tuttavia essa non è riducibile a questi.

Il cambiamento fisiologico interessa anche il mondo interno, le rappresentazioni, gli affetti, le emozioni, l’immagine del corpo e il posto che gli spetta nella sua relazione con il piacere.

Nell’adolescenza l’individuo è chiamato ad un lavoro psichico di integrazione dei nuovi dati della pubertà. In questo periodo si possono riconoscere degli elementi costanti e comuni tra tutti ma è necessario tenere in considerazione che, ovviamente, vi sono infinite variabili, quali la storia, l’educazione, le relazioni familiari e amicali, che influenzano il modo in cui ciascuno affronta il cambiamento.

In sintesi, la disarmonia è segno dell’instabilità prodotta dal cambiamento, nel processo di integrazione di nuovi mondi possibili, forse attraenti ma sconosciuti.

Cos’è Adolescenza: il corpo

Il corpo dell’adolescente, che si trova al crocevia di due ordini, il biologico e lo psichico, diventa strumento di messa alla prova, di sperimentazione del sistema soggetto in trasformazione.

Il compito della pubertà va concepito come l’appropriazione d’un corpo trasformato e allo stesso tempo riorganizzazione e riappropriazione della storia infantile.

Il corpo non è riconducibile al mero oggetto, esso si costruisce in relazione dialettica con la psiche: è il corpo dei bisogni, il corpo del desiderio e il corpo del simbolo che deve rinunciare ai desideri infantili senza rinunciare al desiderio e partecipare ad un nuovo sistema di scambi simbolici.

La storia infantile si può chiudere solo se vengono trovati nuovi significati: i vecchi punti di riferimento non identificano più il nuovo corpo, i suoi bisogni, la sua funzione procreativa. L’amore che il bambino ha per se stesso, il valore che si attribuisce sono ampiamente dovuti nell’infanzia all’immagine che gli viene rinviata dai genitori, all’interesse che essi hanno per le realizzazioni e il successo del bambino, ai progetti che essi appoggiano, alle speranze che ripongono in lui.

La crescita lo mette di fronte all’esperienza della solitudine e lo porta a un’autovalutazione dolorosa.

Lo spazio psichico dell’adolescente non ha più strutture e limiti: l’adolescente si chiede se le sensazioni che prova nel suo corpo gli appartengano oppure vengono dall’esterno, se ciò che sente è normale o meno.

Ci vorrà un lungo periodo di familiarizzazione per ricostituirsi un’immagine, riconoscersi, e perché emerga e si consolidi un sentimento d’identità in continuità con la storia infantile, eppure in rottura con essa.

Cos’è Adolescenza:  l’agito

In tutte le epoche lo statuto del corpo è alla confluenza della storia infantile, della storia familiare e del fatto sociale.

In adolescenza una problematica può insorgere proprio a causa della destabilizzazione interna, dato il maggiore rischio di rottura della continuità storica, del senso dell’esistenza, o della coesione organico-psichica che si era più o meno instaurata nell’infanzia.

L’adolescente può soffrire per la perdita del suo corpo bambino e i relativi privilegi, soffre perché avverte la sua fragilità  di fronte alle minacce del mondo esterno e perché non può più fare ricorso alle immagini parentali, infine scopre la pericolosità del suo mondo interno la cui causalità non può più essere attribuita al desiderio dell’altro.

Egli utilizza l’ “agire” per sfuggire a questa sofferenza: l’adolescente agisce per non sapere, l’atto diventa difesa contro il ricordare.

Attraverso l’atto esteriorizza qualche cosa del suo mondo interno senza un preliminare giudizio. L’atto è la rappresentazione di un desiderio che non ha potuto essere né rappresentato né a maggior ragione elaborato.

L’atto è il sostituto del gioco dell’infanzia, contribuisce alla riorganizzazione del mondo interno. Attraverso l’atto si sperimentano i limiti ma anche l’irreversibilità, si incontra l’altro e se stessi, si comunica.

È con l’atto, più che con la parola, che l’adolescente esprime il suo desiderio di vivere, ma anche la sua ineluttabile depressione nel momento in cui scopre i limiti che la realtà impone ai suoi desideri.

Così l’atto suicida, riuscito o meno, smaschera la fragilità interna senza per questo rivelare una sindrome psichiatrica specifica: è un segno d’allarme, un richiamo di aiuto rispetto a una sofferenza che non ha avuto parola. Gli adolescenti che tentano il suicidio hanno un’immagine di se stessi troppo negativa per riuscire ad integrarla in un progetto che possa essere fonte di piacere, nel processo di separazione e integrazione della storia infantile, essi si trovano in assenza assoluta di soluzioni che li aiutino a risolvere questo impasse.

Questo processo può avvenire solo se il soggetto riesce a pensarsi come ad un essere capace di essere autonomo, solo.

L’adolescente che tenta il suicidio presenta in genere depressione, cioè vuoto interiore in quanto vuoto di piacere, alienazione sociale e angoscia. Il corpo è ciò attraverso cui avviene il cambiamento, esso è visto come il luogo della sofferenza a cui il suicidio vuole porre termine. Il corpo è persecutore, non sembra appartenere più al soggetto, è estraneo.

Il tentativo di suicidio è un mezzo per fare pressione sull’ambiente, di aggredirlo e colpevolizzarlo ed è un mezzo di comunicazione della disperazione. Gli adolescenti suicidi non sono mai sicuri del loro valore; essi fanno progetti grandiosi che non potranno mai realizzare: il gesto suicida è l’espressione di una rabbia narcisistica improvvisa, autodistruttrice.

Cos’è Adolescenza: i compiti di sviluppo

Tutto questo non significa, tuttavia, che tutti gli adolescenti vivano necessariamente questa fase con grosse difficoltà anche se questo pare essere luogo comune. Per comprendere cosa avviene di eventualmente problematico si può fare riferimento al modello[2] ormai largamente diffuso che identifica i compiti di sviluppo propri di questa fase.

In questo modo la difficoltà potrebbe essere pensata come una difficoltà nell’assolvimento di questi compiti.

Eccoli:

  1. la mentalizzazione del corpo sessuato: fare i conti con la dimensione di cambiamento sessuale, inserirlo in una rappresentazione possibile di sé. È un compito particolarmente pregnante soprattutto nella prima parte, nel momento di ingresso alla fase. In questo compito assume importanza il SIGNIFICATO che l’adolescente dà all’altro che diventa il complementare: da un lato, infatti, si muove in  autonomia ma tuttavia gli serve l’ALTRO che è lo sconosciuto, il diverso, l’altro mondo per riconoscersi.
  1. la relativizzazione della nicchia affettiva primaria: l’adolescente acquisisce capacità di conoscenza e interesse per il mondo esterno, di conseguenza il luogo di origine relazionale tende a diventare meno significativo. Questo aspetto è stato descritto soprattutto sul versante della drammaticità, la fatica dell’andare nel mondo da solo in prima persona. In realtà l’adolescente è molto interessato all’altro. In questo assume grande rilievo il gruppo dei pari: egli si relaziona attraverso questo al mondo sconosciuto e ciò consente esplorazioni meno impegnative, più protette.
  1. la nascita sociale, ovvero l’esordio verso il mondo in prima persona, a partire spesso dal gruppo (classe, sportivo, musicale). Assume significato l’esplorazione del quartiere, della città: prima egli era portato, condotto passivamente ora è possibile pensare di esplorare da solo. Da qui si sviluppa anche la questione della propria collocazione all’interno di un contesto sociale: iniziano le scelte sul futuro scolastico e professionale ma anche sulla partecipazione sociale e politica, si frequentano delle persone perché le si sentono affini. Comincia ad avere presente che c’è un orizzonte sociale nel quale anche lui si situa grazie ad una spinta interna ma anche in base all’aspettativa degli altri.
  1. costruzione degli ideali di riferimento – valori. Inizia l’elaborazione di una propria personale concezione del mondo. Questo compito ha a che fare con l’idea del futuro, scenario verso il quale l’adolescente inizia a percepire di costruire una sua strada, un suo percorso.

L’adolescenza diventa il momento della ri-definizione  di sé attraverso questi compiti.

Cos’è Adolescenza: dare una risposta al Chi-sono-io       

Al termine dell’adolescenza sarà definita l’identità adulta.

Ormai è assodato che il soggetto umano è fin da subito attivo e orientato all’autodeterminazione.

In adolescenza l’impegno è in particolare sul fronte della conoscenza di sé alla luce delle imponenti trasformazioni corporee.

Erikson, che intende la ricerca dell’identità come tema fondamentale che si declina in vari modi nelle varie fasi della vita, ritiene che se durante il primo stadio (infanzia) l’individuo è impegnato nell’acquisire una fiducia di base, cioè pensare che il mondo è un luogo in cui si può stare, l’adolescenza invece è la fase in cui si è chiamati a sviluppare un senso di sé come individuo unico. Comprendere cioè che non si è quello che si dovrebbe essere, non si è quello che si sta per diventare ma  nemmeno quello che si era.

Riflettendo su se stessi, paragonandosi agli altri e accettando o rifiutando le opinioni altrui sul loro carattere gli adolescenti danno origine a una serie di ipotesi nel tentativo di comprendere se stessi. Ipotesi che fonderanno una teoria più o meno coerente con il compito di trovare una risposta alla domanda Chi-sono-io.[3]

L’assunzione dell’identità, alla luce di quanto detto finora, non è un mero contenitore in cui si accumulano dati, ma un processo che inizia fin da piccoli e dura tutta la vita  dove il soggetto attivamente controlla, valuta, costruisce e interpreta i suoi pensieri, le sue emozioni e relazioni con gli altri e, alla luce di queste assunzioni, si forma un’immagine di chi è, la quale, a sua volta determina il suo modo di stare al mondo.

Questo processo, tuttavia, è al centro dell’attenzione e della sperimentazione in adolescenza quando le trasformazioni corporee inducono il soggetto a fare un’esperienza inevitabile dell’impatto su se stesso e sugli altri della sua individualità.


[1] Birraux A. (1990), L’adolescente e il suo corpo trad. it., Borla, Roma, 1993, p. 16

 

[2] Pietropolli Charmet G. (2000), I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida, Raffaello Cortina Editore, Milano

 

[3] Schaffer H. R. (2005), Psicologia dello sviluppo, Raffaello Cortina Editore, Milano, p 371

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